a cura dell’Ing. Francesco Paolo Pesce
Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, la competenza chiave non è solo tecnica: è la consapevolezza dei propri comportamenti per costruire ambienti professionali efficaci e non tossici.
1. L’ingegnere nell’era dell’AI: una nuova domanda di umanità
Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, le capacità tecniche dell’ingegnere saranno sempre più supportate – o in parte sostituite – da strumenti automatici, algoritmi predittivi e assistenti digitali. La velocità con cui cambiano gli strumenti a disposizione sta modificando radicalmente le competenze richieste. Conoscere i software più aggiornati o padroneggiare i linguaggi di programmazione emergenti, non è più sufficiente. Infatti, resta una zona che nessuna macchina può replicare: la qualità della relazione umana. Il modo in cui un professionista comunica, prende decisioni in gruppo, gestisce i conflitti, coordina il lavoro o affronta una crisi rimane profondamente umano ed in alcuni casi tocca la sfera sistemica/spirituale. In cantiere, in ufficio tecnico o in riunione con il committente, se le relazioni si irrigidiscono o se la comunicazione si blocca diventando passivo-aggressiva, il lavoro si inceppa. Il progetto si ferma. I costi aumentano. Il clima si deteriora. E il talento umano si logora.
Questo accade ovunque: nel team di progettazione che lavora in remoto e si scrive solo via mail, nel giovane ingegnere che ha paura di dire che non ha capito una consegna, nel direttore dei lavori che alza la voce per farsi ascoltare in mezzo al caos di un cantiere. In tutti questi casi, il problema comune che abbiamo osservato non è solo quello che l’evento accade, ma è “il come viene gestito”, “il cosa innesca quel comportamento personale di passività o reattività nei confronti dell’altro”. Sempre più spesso, è la capacità relazionale a fare la differenza, più dell’expertise tecnica. È fondamentale saper osservare e gestire i propri comportamenti personali, che possono influenzare negativamente le relazioni professionali.
In questo scenario diventa urgente sviluppare un nuovo tipo di intelligenza e di coscienza personale: la consapevolezza dei comportamenti personali e relazionali. Non è un lusso, è una necessità. È l’unico spazio dove la macchina non entra: la relazione con sé, con gli altri, con il contesto. Occorre, pertanto, sviluppare a un approccio olistico alla professione dell’ingegnere che consenta di allenare quotidianamente l’integrazione tra mente-corpo-emozioni, componenti principali del nostro sistema energetico, attraverso strumenti pratici al fine di poter svolgere con gioia quell’attività o funzione, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, che concorra al progresso materiale o spirituale della società (cfr. Art.4 costituzione italiana).
2. Quando il comportamento sabota la competenza
Molti ingegneri raccontano esperienze frustranti non per incompetenza tecnica, ma per difficoltà comunicative, mancanza di collaborazione, incomprensioni, ambiguità nei ruoli, conflitti non gestiti.
Tutti elementi che hanno a che fare con la dimensione umana del lavoro, e che spesso non vengono affrontati nei percorsi formativi tradizionali (ad es. scuola, università, master), ma che un ingegnere sviluppa solo con il tempo e l’esperienza, magari dopo aver sperimentato diversi fallimenti e disperso la propria energia in rabbia, ansia e frustrazione. Molto spesso succede che giovani Project Manager siano calati
all’ultimo minuto in cantiere senza nessun accompagnamento dal punto di vista umano. L’ingegneria ci forma a risolvere problemi. Ma non ci prepara a gestire l’emotività, l’ambivalenza, le dinamiche di potere o la paura del fallimento. Non ci insegna cosa significhi “essere presenti a se stessi”, né che il nostro potere risiede in noi stessi e che non abbiamo potere sugli altri. Non ci guida nel riconoscere e sentire i nostri bisogni lavorativi e comunicarli in modo chiaro ed assertivo tracciando il proprio confine.
Spesso ci troviamo a:
- dire “sì” per evitare tensioni, ma poi accumulare frustrazione;
- reagire in modo difensivo quando ci sentiamo “criticati” o riceviamo una osservazione che non risuona con il nostro modo di pensare;
- assumere troppo lavoro per sentirci all’altezza o nella speranza di ricevere un riconoscimento;
- delegare poco per paura di perdere controllo o di non sentirti più riconosciuti o appartenenti al gruppo;
- evitare il conflitto sano e sostenibile, necessario per chiarire;
- lavorare incessantemente per evitare di sentire l’ansia o semplicemente di stare nell’ozio;
- nascondere la vulnerabilità per paura di perdere credibilità o carisma.
Questi meccanismi inconsapevoli agiscono a livello inconscio, non possono essere eliminati, ma solamente gestiti; si ripetono quotidianamente. Sono proprio loro ad erodere l’efficacia, la motivazione, la fiducia nei gruppi di lavoro. Quando ignoriamo questi segnali, alimentiamo involontariamente un clima tossico. Alcuni partecipanti ai seminari hanno condiviso:
“Ci sono giorni in cui mi sembra di combattere contro tutti. Mi sento solo, anche se sono in un team. Ma poi mi accorgo che sono io a non chiedere mai aiuto. Mi porto tutto dentro, e alla fine scoppio.”
Un altro ha raccontato:
“Ho capito che dietro la mia esigenza di controllo c’è una paura enorme di fallire. Ma così non do mai spazio agli altri. E poi mi lamento che sono stanco.”
“Ho sempre attribuito la mia ansia mattutina all’afflusso di email nella casella di posta, ma poi ho compreso che la causa risiedeva in me stesso e non nei mittenti”.
Queste testimonianze ci mostrano come il comportamento automatico e la reattività possano essere trasformati in lucidità e responsabilità, quando c’è consapevolezza. Il primo passo è smettere di giudicarci. Il secondo è cominciare a osservarci.
3. Esempi di quotidiana tossicità
Giulia (nome di fantasia), ingegnera strutturista, racconta: “Nel mio studio siamo in sette. Il capo non dà mai un feedback chiaro, ma poi si lamenta dei risultati. Ho imparato a lavorare senza aspettarmi chiarezza, ma questo mi ha reso cinica. Non ho più entusiasmo.”
Marco (nome di fantasia), project manager su grandi cantieri: “Mi porto tutto il peso sulle spalle. Mi dicono che sono bravo, ma dentro sento che sto crollando. Non riesco a fermarmi: ogni volta che respiro, ho la sensazione di perdere tempo.”
Laura (nome di fantasia), giovane ingegnera ambientale: “Quando ho detto che non avevo capito un passaggio, il mio responsabile mi ha guardata male. Da allora annuisco sempre. Ma vivo con l’ansia costante di sbagliare”.
Queste non sono storie eccezionali. Sono episodi quotidiani e parlano di un mondo tecnico dove si lavora molto sulla prestazione, ma poco sulla relazione. Dove l’errore non è contemplato, la vulnerabilità è vista come debolezza e la comunicazione spesso si riduce a comandi, lamentele o silenzi.
4. “Metti in cantiere la tua energia”: un laboratorio esperienziale
Per rispondere a questa esigenza concreta abbiamo dato il via a un ciclo di seminari presso l’ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma “Metti in cantiere la tua energia”.
In sei incontri esperienziali, affrontiamo temi come:
- la dispersione dell’energia psico-emotiva sul lavoro;
- la gestione della passività e della reattività;
- la consapevolezza dei propri bisogni;
- il riconoscimento dei confini personali;
- la comunicazione assertiva e gli accordi efficaci;
- il ruolo delle emozioni nella presa di decisione.
In aula non portiamo solo concetti, ma esperienze pratiche. I partecipanti lavorano in gruppo, condividono casi concreti legati al mondo del cantiere e non, esplorano i propri meccanismi comportamentali attraverso esercizi guidati. Utilizziamo anche tecniche corporee, simulazioni, lavori in coppia, visualizzazioni, momenti di scrittura riflessiva.
Un ingegnere ha detto, con grande commozione: “Mi sono reso conto che da anni porto una corazza per non sentirmi vulnerabile. In realtà questo mi ha isolato dai colleghi. Quando ho nominato questa cosa in aula, qualcosa si è sciolto. Ho cominciato a parlare con più sincerità e il mio gruppo ha risposto con ascolto, non con giudizio.”
Un altro ha dichiarato: “In cantiere sono sempre in tensione. Per me rilassarmi era un segno di debolezza. Invece ho scoperto che il corpo può essere un alleato: se sto bene fisicamente, sono più lucido e meno
reattivo.”
Alcuni colleghi hanno condiviso: “Ho scoperto che posso dire “no” senza giustificarmi per ore. Di conseguenza il mio team ha iniziato a rispettarmi di più e mi è ritornata la gioia di lavorare”. “Ho imparato a sostenere il mio valore economico nelle negoziazioni con i clienti sentendomi più fiducioso e senza dover sottostare a richieste non in linea con il mio sentire”.
La partecipazione costante (30 persone a seminario) conferma quanto questo bisogno sia sentito. Ingegneri, direttori lavori, rappresentanti dell’impresa e committenti riconoscono che il problema non è solo il progetto, ma la qualità delle relazioni che lo rendono possibile.
5. Il gruppo “L’ingegnere del futuro”: visione e pratiche trasversali
Parallelamente, ho contribuito con entusiasmo al gruppo di lavoro “L’ingegnere del futuro”, un gruppo trasversale nato per esplorare le competenze soft che serviranno nei prossimi anni. In qualità di vicepresidente della Commissione “La Direzione di Cantiere”, ho portato una riflessione sul tema della leadership relazionale. La domanda chiave è: che tipo di leader vogliamo essere?
Il leader tradizionale è un uomo del fare. Oggi è necessario distinguere tra due modi di fare:
- fare per essere riconosciuti: allora il rischio è creare dipendenza e infantilizzazione nei collaboratori o passare per una sorta di “generali”;
- fare per facilitare: cioè creare le condizioni perché il gruppo esprima la sua intelligenza collettiva, facendo un passo indietro pur rimanendo un “sostegno”.
Per trasferire questo concetto ho fatto ricorso ad un video in cui il maestro Riccardo Muti insegna a una giovane direttrice di orchestra come poter facilitare i vari componenti della stessa, maestri ognuno per il proprio strumento musicale, in modo di essere una guida, un facilitatore presente ma non invadente, e far emergere le potenzialità di ognuno per ottenere una armonia unica e fluida. Nel video il maestro spiega alla giovane direttrice che non è necessario dimenarsi molto con il corpo e le braccia per dare il via all’orchestra, ma è sufficiente ad esempio fare un piccolo, unico gesto, dopo aver sentito nel corpo l’intento da comunicare. Il maestro, quindi, invita la giovane a sperimentare questa tecnica ossia sentire il comando da impartire e comunicare con un gesto conciso, centrato e presente. La direttrice sperimenta e verifica direttamente la veridicità dell’insegnamento del maestro Muti ringraziandolo con un grande sorriso. È stato molto costruttivo condividere ed analizzare con i colleghi il parallelismo tra l’orchestra e il team di cantiere per la realizzazione di un’opera. È necessario che ci sia armonia tra i vari componenti del team, le squadre e il compito di facilitare questa armonia è spesso in capo al Direttore tecnico di cantiere. Solo un leader che ha osservato i propri automatismi può trasformare il modo in cui guida. Altrimenti rischia, pur con le migliori intenzioni, di riprodurre o di alimentare dinamiche tossiche.
Nel nostro gruppo abbiamo identificato alcune competenze chiave per la leadership del futuro:
- empatia;
- ascolto profondo;
- presenza;
- gestione del feedback;
- comunicazione generativa;
- intelligenza del corpo;
- autenticità relazionale;
- capacità di stare nel conflitto
Tutti elementi che oggi vengono ancora considerati “accessori”, ma che saranno presto centrali per ogni professionista che voglia fare la differenza e che desideri avere relazioni sane e sostenibili.
6. Cinque passi verso una relazione professionale sana
Nel lavoro svolto nei seminari e nel gruppo “L’ingegnere del futuro” ci siamo lasciati inspirare ad un percorso in cinque tappe, un vero e proprio processo trasformativo:
- consapevolezza dei comportamenti – accorgersi di ciò che facciamo in automatico, specie sotto stress;
- individuazione dei bisogni reali – spesso dietro un comportamento c’è un bisogno non espresso;
- definizione dei confini – imparare a dire “no” con chiarezza e rispetto;
- comunicazione assertiva – saper dire la verità senza ferire, con responsabilità;
- accordi consapevoli – costruire intese che durano nel tempo perché sono condivise.
Questi cinque passi sono anche un allenamento quotidiano. Richiedono disciplina, umiltà, disponibilità a guardarsi dentro. Ma aprono la strada a un modo nuovo di vivere il lavoro: più autentico, più sostenibile, più generativo. Non si tratta di diventare terapeuti, ma di essere umani completi o meglio direi “ingegneri completi” un po’ come lo era Leonardo da Vinci (come mi è stato detto da un partecipante mentre mi stringeva la mano alla fine di un seminario per salutarmi). Di integrare testa, cuore e corpo anche nelle situazioni più sfidanti. Questo è ciò che distingue un buon tecnico da un professionista evoluto.
7. L’ingegnere come ponte tra tecnologia e umanità
L’ingegnere del futuro non sarà solo un tecnico. Sarà un ponte tra tecnologia e umanità, tra algoritmi e ascolto, tra dati e relazioni. Questo richiede un salto di paradigma: dalla performance individuale alla sostenibilità relazionale. Dalla centralità del controllo alla fiducia nei processi. Dall’automazione delle competenze alla coltivazione della presenza umana. Un ingegnere che sa stare in sé e nel gruppo, che sa riconoscere le emozioni e usarle come bussola, sarà un professionista più completo, più autorevole, più capace di gestire la complessità che ci attende. È una transizione culturale che non possiamo più rimandare.
Non basta formare nuovi ingegneri: dobbiamo accompagnarli a diventare esseri umani consapevoli, capaci di gestire la complessità relazionale tanto quanto quella strutturale o informatica. Per questo motivo, il vero cantiere del futuro è quello della consapevolezza. Perché ogni volta che trasformiamo una relazione, un progetto torna a scorrere. Ogni volta che scegliamo un comportamento più autentico, liberiamo energia. Ogni volta che osiamo dire la verità in modo responsabile, costruiamo fiducia. Il tempo è adesso. Ogni ingegnere può fare la differenza.
Se ti riconosci in questa visione dell’ingegnere del futuro, non restare spettatore. La consapevolezza non è un concetto astratto: è un percorso che si può allenare, insieme.
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Foto di Milad Fakurian su Unsplash











